Sputacchinado per l’India

11 08 2008

Agra, la terra del taj Mahal. ma ancora non l’ho visto, aspetto domani mattina per gustarmi uno degli spettacoli piu’ belli del mondo, spero. come il boccone buono del dolce che lasci per ultimo cosi domani il magico Taj.

ma perche’ sputacchiando per l’india? l’ultimo aggiornamento l’avovo fatto da khajurao, da li’ mi ha caricato in macchina il buono e grasso babalu’, un nome un programma, peraltro perfettamente rispettato. Mr.  Babalu’, oltre a guidare come un orso, ha un piacevole vizio: ogni 3 minuti si ficca in bocca una puzzolentissima dose di tabacco da mastico che dopo una decina di minuti, quando la saliva gli ha rimepite le immani guancie decide di espettorare aprendo la portiera, fermo o in corsa che sia. inoltre, il magnifico Mr. babalu’ non conosce l’India. credo non sia mai uscito dal suo villaggetto, forse dal salotto di casa dove guardava cricket dalla mattina alla sera espettorando sul tappeto. quindi il piu’ volte citato Mr. babalu’ chiede in continuazione indicazioni. ma come si puo’ chiedere indicazioni se hai la bocca piena di tabacco misto a saliva e quant’atro? semplice non parli ma gargarizzi! insomma, con un gargarismo lui cerca di dare un suono comprensibile alla sua voce per chiedere la strada. chi lo ascolta in un primo momento non capisce e lo guarda ocn fare indeciso e poi gli da un’indicazione piu’ o meno valida, poverino, come puo’ capire cosa ha chiesto mr. Babalu’? se poi quello a cui deve chiedere indicazioni e’ dalla mia parte, lui si appoggia con l’enorme adipe, mi apre il finestrino, evidentemente mi reputa incapace, e mi sputacchia di abva fino a quando non reputa di essere soddisfatto. insomma, chiaro ora il perche’ si sputacchia per l’india? in ogni caso, ho controllato la mia carta gialla delle vaccinazioni internazionali e credo di essere coperto anche per gli immondi sputacchi!

detto questo, che non e’ gia’ poca cosa un po’ di racconti. Inizio dalla fine: Agra. per ora agra mi sta innervosendo un po’. chiaro, e’ il primo posto di grande turismo indiano dove arrivo. le finte guide, i venditori di cartoline e tutti i guidatori sono insistenti. se si dovesse passare il tempo a rispondere a tutti, il giorno sarebbe un grande: no thanks  no thanks  no thanks  no thanks  no thanks! ma sicuramente domani il taj mi regalera’ molto di piu’ di quanto io abbia perso in pazienza.

ma i giorni passati sputacchiando mi hanno portato in posti davvero magici. a volte mi sembrava di essere caduto nei racconti de il lkibro della Giungla. templi persi nella foresta che a mala pena riescono a mettere fuori il capo dal tetto verde che li avvolge, scimmie che si arrampicano, avvoltoio che allargano le ali al mattio sopra le guglie delle fortezze per asciugarle dall’umidita’ notturna. Orchha, questo e’ uno dei posti che ho visto. Orchha significa: La nascosta. e nascosta lo e’ davvero.  li’ le persone lottano tutti i giorni per respingere l’assalto della foresta che cerca di riprendersi cio’ che le e’ stato sottratto. orchha la citta’ di krisnha, la citta’ in cui credono il dio viva ancora. la sera e’ magica. tutti gli abitanti al tramonto entrano nel tempio e iniziano una nenia lenta ma coinvolgente. prima solo le voci poi battiti di mani e canti si aggiungono rendendo le variopinte piastrelle un posto mistico in cui il tmepo e’ fermo. un posto dove non suonano i clacson impazziti, un posto dove si calma il caldo umido, un posto in cui il tuo kharma, e solo qui si capisce che davvero ne esiste uno, prende forma. dafvanti al tempio poi un palazzo enorme abbandonato pieno di guglie e stanze. un ragazzo con la torcia mi apre le strade sui rapidi scalini sino ad arrivare sulla sommita’. da li’ si vede orchha, davvero poca cosa a confronto del verde che la inghiotte. il castello al mattino ha una luce sua. il rosso del sole sbatte sull’arenaria di cui e’ costruito e riporta il colore dei tempi migliori. i tempi in cui moghul comandavano da li’ territori immensi ed eserciti che facevano tremare la terra. ma ora la terra ha ripreso cio’ che era suo. il castello piano piano sta scomparendo sotto lo strato verde, gli alberi crescoo ove dormivano i re, pecore mangiano ove gli harem erano pieni di donne meravigliose, mucche dormno sui fondi asciutti delle piscine. e se mai un moghul dovesse essersi reincarnato in uno dei nuovi abitanti del castello potrebbe capire quanto e’ stato di passaggio e di chi ora  veramente e’ la sua reggia.

altri posti poi, da jansi a gwalior, da agra a Fathipur. castelli arroccati con strade affiancate da enormi statue, palazzi lucenti appartenuti ai grandi del passato. insomma, quello che ho visto mi ha dato solo una grande sensazione. non c’e’ solo la bellezza splendente di una nostra cattedrale. qui la bellezza e’ nella decadenza del monumento. di quanto antico sia e quanto questo si pieghi alla natura. anche llui segue il suo kharma anche lui si inserisce perfettamente nel grande disegno divino del dharma.

domani il Taj, immenso atto di amore nel momento del trapasso e poi finalemnte il deserto del Rajastan. sono quasi a meta’ del mio viaggio ma mai come prima ho capito che questo viaggio non bastera’ a capire nemmeno un centesimo delle faccie sorridenti che accompagnano i miei passi.

e’ come se volessi riempire un mare sputacchiando tabacco su una strada polverosa che mi porta alla mia nuova meta.





Sesso tra i templi

8 08 2008

No. tranquilli, non sono impazzito e ho deciso di scrivere la nuova sceneggiatura di un film di Tinot Brass. Sono solo arrivato a Khajurao, da dove sto scrivendo seduto su un tappeto mentre ho 4 indiani che spiano dietro di me cercando di capire la casualita’ con cui le mie dita battono sulla tastiera.

circa due secoli fa, un inglese portato a spalla su una portantina e’ andato a sbattere contro una serie di templi, tutti immersi e ormai nglobati dalla foresta. fin li’, nulla di strano direte  voi, capita sempre che un cammello si rompe una zampa cadendo in una tomba di un faraone rendendo l’archeologo di turno il piu’ bravo di tutti. la cosa piu’ strana sono le sculture di questi templi: erotiche! insomma, accanto ai ben piu’ famosi lord Shiva e consorti varie, sono rappresentate figure che acrobaticamente si accoppano e copulano in tutte le posizioni del kama sutra. attenzione, non pensate male, fanno tantra, accmpiamenti trascendentali, no come noi beceri e materialisti europei. a parte questo, che non mi pare poca cosa, il luogo e’ davvero delizioso: un’oasi felice, lontano dai clacson e dallo smog delle altre citta’ che ho visitato. giardini verdi si aprono davani ai templi e continuano fino alle camere degli alberghi dotati di piscine e ogni comodita’ europea. ma questa e’ la nuova khajurao. alle spalle di questa c’e’ la khajurao vera, quella delle cast dei bambini che chiedono cioccolatini, penne e monetine, delle scuole strapiene, delle vecchiette che si lamentano tendendo la mano. dietro lo specchietto dell’occidente anche qui c’e’ la vera india e io proprio da questa vengo oggi. girare per le vie della citta’ vecchia e’ sempre un’emozione. i quartieri divisi per caste, i templi divisi per caste e le scuole danno davvero l’idea di cosa sia l’”inredible India” che campeggia su ogni manifesto pubbicitario. vero, potra’ anche essere il paese del nuovo miracolo economico, dove tutto diventa oro e tecnologia, ma sotto questo sottile strato di luccichio la realta’ e’ ben diversa.

accanto al tempio si avvicina un maestro di una scuola che sorge a pochi metri dai sacri accoppiamenti. i bambini lo seguono e lui con un gesto li rimanda all’interno delle quattro stanze vuote dove si tiene la lezione. mi permette di entrare e tutti all’unisono si alzono in piedi, solo un mio “sit down” li fa acomodare sui sacchi di yuta che fungono da banchi. cartelle allineate e grembiuli bul sporchi sono la cornice di una classe. bambini di tutte le eta’, 250 per la precisione si affollano in queste 4 stanze. ne pesca uno a caso il maestro e gli fa recitare una poesia. e’ un paese di agricoltori, non e’ important studiare mi spiega lui, ma regalare anche una speranza differente e’ qualcosa di importante. certo, a volte la speranza sembra un miraggio davvero lontano, e’ difficile immaginare come si possano allontanare da un villaggio dove sono nati e con tutta probabilita’ passeranno il resto della loro vita.

qualche giorno fa parlavo del’india come una grande mamma e sempre di piu’ cosi’ mi appare. certo, la grande mamma ha anche i suoi lati oscuri. una grande mamma che ti tiene in grembo ma non ti permette nemmeno di allontanarti troppo dal giardino di casa. quello che ancora non ho colto e’ se questo viene vissuto come una costrizione oppure come il classico movimento dondolante della testa che gli indiani usano per dire “Ok Sir!”.

domani via da qui, si va verso nord, mi manchera’ di sicuro un po’ la tranquillita’ di queste campagne, delle mucche morbidamente sdraiate in mezzo alla strada che riescono da sole a creare ingorghi apocalittici. mi mancheranno i chilometri di risaie e i bambini che si affollano davanti la macchina ogni volta che si apre uno sportello.

il mio tempo qui nel negozio di tappeti e’ giunto al termine, torno ai templi bizzarri di khajurao, torno dalla gente e dai suoi “which is your cuntry? how do you like India?”





Vita e morte

6 08 2008

oggi davvero pochissime righe, ma riprometo di tornare sull’argomento perche’ tra questa mattina e questo pomeriggio ho avuto due insegnamenti che raramente ti capitano nella vita. o meglio, capitano spesso, ma spesso sono sussurrati e le nostre orecchie sono troppo piene del rumore degli ipod per ascoltare quello che davvero c’e’ da sentire.

sono ancora a Varanasi, aspettando il treno ritardatario che tra poco mi condurras’ a Khajurao. oggi pero’ e’ iniziato davvero presto. alle 5 ero gia’ sulla barca che beccheggiava lieve sul gange, sulla grande madre di varanasi e forse dell’india intera. pochi colpi di remi e si apre davanti a me il rosso gat delle cremazioni. 4 pire che bruciano contemporaneamente, un corpo di donna avvolto in sahri rosso che attende il suo turno, il fumo che sale lento e pccoli pezzi di legno carbonizzati che corrono accanto allo scafo fermo della barca. bambini che vendono piccole candele galleggianti colorano l’acqua limacciosa e scura del fiume. ma la cosa che colpisce di piu’ e’ quanto la morte non venga percepita come da noi. non viene percepitacome un punto. la morte qui e’ una virgola. bambini corrorono proprio davanti alle pire funerarie, uomini e donne parlano vivacemente accanto al corpo del proprio caro che si sta tamutando in fumo e cenere. non e’ la morrte che porta via, e’ la morte che permettere di rinascere in un altro corpo o nel nirvana se si e’ piu’ fortunati.non c’e nemmeno per un attimo la disperazione che ci accompagna quanto salutiamo per l’ultima volta un nostro caro. non c’e’ una lacrima, c’e solo un rispetto che si trasforma nel piu’ naturale dei gesti, accettare la morte come un evento naturale e naturalmente, come se nulla li’ stesse accadendo le persone si comportano.

il secondo episodio, e taglio un bel pezzo di giornata pieno di persone e cobra, sikh e monaci e in una cittadina qui a pochi km da varanasi: sarnath, la citta’ del primo sermone del buddha gauthama. un vecchietto che mi faceva da guida raccontava delle varie reincarnazioni del buddha, quello che conosciamo noi e’ il 27simo buddha. raccontava quanto questi buddha avessero delle caratteristiche comuni, fisiche e spirituali. diceva anche che tra circa 3000 anni arrivera’ il nuovo buddha. ho detto quindi la mia cetinata:”beh peccato, non avro’ il piacere di consocerlo”. lui mi guarda stupito e dice:”ma certo che ci sarai!”. insomma, mi ero dimenticato totalmente della reincarnazione e dei vari livelli attraverso i quali la nostra anima deve passare. sembrera’ una cretinata ma il pensiero dell’esserci anche oltre questa vita mi ha dato una serenita’ incredibile. bello pensare quindi ad una trasformazione di quello che siamo in qualcosa d’altro senza che mai si abbandonino le nostre gioie e le nostre piccole materialita’ che pero’ fanno quel quotidiano che amiamo spesso e bestemmiamo sovente.

sapevo che varanasi qualcosa mi avrebbe dato. non e’ forse tutto questo piu’ grande di una foto o di un ricordo? non e’ forse l’incontrare un buddha sulla strada cio’ che ti cambia per sempre. ovvio che presto si torna alla quotidianita’ e si dimentica il modo di vivere tutto cio’, ma se anche in un miuto, quando serve, si apre quel cassetto della memoria che ti fa affiorare il ricordo del vecchietto che mi ha regalato il pensiero della trasformazione della vita, beh, allora varanasi, nella mia vita, ha avuto davvero un senso.

gira lento il ventilatore qui, fa caldo, tra poco il treno, freddo, mi portera’ via da qui, ma con dentro il calore di un dono ricevuto dalla grande madre.





Il fiume arancione e il fiume sacro.

5 08 2008

“questo e’ il mese sacro di Lord Shiva Mr. Francesco”, vanno ripetendomi da giorni in risposta l mio sguardo confuso quando vedi milgiaia di persone totalemente avvolte in abiti arancioni. tutto e’ arancione, anche una maglietta della nazionale olandese va bene per rendere onore a Lord Shiva o a qualcuna delle sue reincarnazioni.

si’, in effetti non e’ molto chiara la situazione delle reincarnazione degli dei di questa folle cosmogonia. ci sono dei che sono anche dee, ci sono mogli che sono figli, figli che sono mariti e che vengono decapitati dai padri i quali penitenti gli montano su una testa di elefante. poi gli dei a con il volto di scimmia, quelli neri come la pece, quelli con la pelle azzurra o quelli che vengono rappresentati come un fallo perche’ dei della reincarnazione ma che a loro volta sono quelli della distruzione. tutto chiaro vero? ecco, se considerate che tutto questo vi viene spiegato in un ingl-indiano con i rumori dei clacson di sottofondo  e delle persone che spingono per porgere un fiore all’idolo di turno, potete immaginare quanto abbia capito io di questo politeismo. e pensare che mi era un po oscuro il significato della trinita’ e dello spirito santo, bazzecole a confronto.

avevo interrotto il raccondo nella citta’ dell’illuminazione del principe siddharta. non vi avevo pero’ raccontato che nonostante i ferocissimi divieti di raccogliere le foglie dell’albero, una gentile fogliolina mi e’ caduta addosso mentre stavo riposando alla sua ombra. “porta bene signor francesco”, e se porta bene vuoi lasciarla appassire li’ per terra? il tempio dedicato all’illuminazione e’ davvero grandioso. uno stupa gigantesco con una calma incredibile che cresce alle sue pendici. monaci arancioni, tutti rigorosamente buddhisti, pregano e meditano innalzando suoni di campane e om che si confondono con il rumore che giunge da fuori le mura. a questi si aggiungono gli hindu, il buddha non e’ che una reincarnazione di una loro divinita’. allora ti viene da pensare quanto due religioni cosi’ connesse siano riuscite ad andare d’accordo trovando un punto in comune e quanto altre due, il cristianesimo e la religione ebraica si siano amazzate per aver ragione. non bastava forse ad una delle due accettare qualcosa come hanno fatto gli hindu con siddharta? ma in fin dei conti non credo possa interessare molto questa discussione teologica.

bodhgaya e’ piccola e il giorno dopo gi’ ci aspetta il treno per Khasny, benares, varanasi. gia’, proprio cosi’, una citta’ con tre nomi ma un’identita’ ben precisa: la citta’ si Lord Shiva. forse lo avevo detto anche nella mail precedente, ma qui si viene a morire per interrompere i sette gradi della reincarnazione. tradotto: su questa terra non si sta un granche’, quasi quasi conviene prendere la scorciatoia per il nirvana.

scendere dal treno e’ un pungo che colpisce in pieno volto. tutta la stazione e’ arancione. un fiume arancione. un fiume di persone che dormono, mangiano, sonnecchiano, parlano sdraiate per terra in attesa di un qualcosa. in mezzo a queste si fanno strada agili come felini bufali e mucche. entrano nella stazione in cerca di qualcosa da mangiare. ma se a tutto si strilla e si urla perche’ faccia strada, ala mucca non si dice nulla e la si guarda mentre fa i suoi comodi con i tempi che lei stessa decide. e se la mucca ti parcheggia davanti? retromarcia tu e i 100 dietro di te per evitare il sacro bovino.

entra in scena un personaggio che ha riempito la giornata di oggi> Ravi, o meglio, Mr. Ravi. panciuto indiano con naso ricurvo la sua occupazione e’: tutto. lui fa tutto, gestisce un ristornante, un hotel, 7 taxi, 8 tour operator in india, insomma, un cazzaro-tuttofare. ma cosa meglio che affidarsi ad un cazzaro-tuttofare? niente di meglio. con la scoppiettante Tata-mobile mi scarrozza per i vicoli trafficatissimi di varanasi per  templi, i classici negozi di sete e le universita’ con un paio di motti che hanno chiarito e di molto lo stile di vita qui. li lascio in inglese perche’ tradotti sarebbero pessimi:

1. to drive in india you need good horn, good brake and good luck!

2. here in india we don’t drive, we just play videogame in the road!

ma e’ simpatico Mr. Ravi e gli si permette di tutto.

ma varanasi non e’ questa, varanasi e’ il gange, la grande madre che ogni giorno soffoca sempre di piu’. tutto e’ fermo attorno al fiume, non si mangia carne nei ristoranti accanto al gange, non si vende birra li’. quella e’ la terra di Lord Shiva e come tale deve essere rispettato. questo e’ l’appuntamento di questa sera: barca per spiare silenzioso le puje serali mentre gli ultimi carboni ardono sui gat delle cremazioni.

ora purtroppo il mio tempo e’ finito ma conto di raccontare domani con molte piu’ emozioni. il telefono di mr. ravi ha gracchiato nel io orecchio, deve andare, dobbiamo andare a salutare la grande madre che scorre sacra accanto al fiume arancione degli uomini che si affannano a raggiungere la sua purezza decisamente non visibile.

Namaste’!





Scioperi, clacson e Buddha

3 08 2008

Eh si, mi trovo qui a scrivere dopo qualche giorno che sono entrato a contatto con la grande mamma. non avrei altro modo che definirla: una grande mamma con grsndissime mammelle che riescono a sfamare, o almeno ci prova gran parte dei propri figli. raramente ho avuto la sensazzione che un popolo appartenesse realmente ad una terra. certo, tutti noi siamo legati al posto che ci ha sputato fuori, ma mai rimaniamo cosi’ irremediabilmente legati ad una terra che raramente ci concede quello che noi desidereremmo. ho capito questo leggendo la lonely, ovvia compagna di viaggio. leggevo di varanasi, mia prossima tappa. leggevo che gli indiani, hindu, decidono di andare a morire li’ perche’ cosi’ si interrompe il ciclo delle reincarnazioni. il passo e’ breve: qui e’ un granb casino e me ne voglio tornare lassu’ a parlare con shiva, visnu o chi altro. ma sto andando troppo oltre, sono gia’ arrivato al treno che e’ argomento di poche ore fa.

tutto inizia alle 4 del mattino a fiumicino. “sciopero signor pocchi, il suo volo per calcutta e’ cancellato

“. per andare in india pero’ nella vasligia devi fare il carico di pazienza per affrontare tutti gli imprevisti possibili. si’, ma tutti gli imprevisti possibili non contemplano uno sciopero generale del trasporto aereo del popolop piu’ efficente del golobo: i tedeschi. proprio cosi’, dopo 15 anni i nostri amici teutoni decidono di scioperare. ed io sono costretto a farmi una piccola escursione a bangkok. alle 10 del mattino successivo, quindi 30 ore dopo atterro a bangkok per prendere una coincidenza che per coincidenza mi porta a kolkata. tralascio le ore passate in aeroporto perche’ lunghe e poco interessanti, arriviamo al centro del problema, se di problema si tratta: calcutta!

calcutta ti accoglie con una zaffata di curry r una strombazzata di calcson. un rumore assordante, un caldo che ti abbraccia, un odore che ti riempe. mai avrei potuto pensare che gli spazi vuoti si potessero riempire di cosi’ tanti oggetti solidi, macchine, cani uomini che siano. un addensamente che nemmeno un vaso di marmellata stracolmo puo’ immaginare. calcutta e’ un tir che ti arriva addosso mentre stai fermo a cercare di capire dove sei. un tir pieno di emozioni, odori e umanita’. non c’e’ mil taj mahal a calcutta, ci sono 14 milioni di persone. 14 milioni di persone, tutte per strada che fanno qualcosa che tu non capisci. vendono una zucchina, tendono la mano, gridano taxi o ti caricano in un riscio’, tirato rigorosamente a mano, per portarti anche a 100 metri da dove sei. sembra di tornare indietro di secoli quando vedi le matrone, avvolte nei colori dell’arcobaleno, coprirsi con un ombrello mentro un conducente scalzo urla alle macchine che rispondono a clacson. ogni incorcio e’ un urlo sordo di macchina, ogni passante e’ un colpo sul calcson, ogni attimo di silenzio e’ riempito da qualcosa. solo la sosta al semaforo e’ silenzio, un silenzio irreale di tempo fermo quando tutti spengono i motori per guadagnare in benzina una frittella per la sera. la sera, che strano momento la sera. ogni angolo e’ un giaciglio, un posto dove sdraiarsi. poco importa che li’ passano le macchine, ogni angolo e’ una casa, calcutta e’ la casa, non un indirizzo sperso in qualche vicolo buiio e umido.

gli odori dono i re e le regine del tempo che passano. si passa dal rancido petrolio sputacchiato da motori improbabili al flagrante odore dei fiori donati a khali. quando poi si ha la fortyuna di cadere nel mercato dei fiori il rancido di cio’ che sta marcendo si fonde ai fiori ancora intatti e intonsi prenotati dalle divinita’. ti viene da pensare quando li vedi affollarsi e ammassarsi per regalare un fiore a khali o shiva se non sia davero questa la cosmogonia universale. dei cattivi e arrabbiati che tengonop ase i loro figli un po’ per la paura delle loro rabbie o per l’attaccamento a quel poco che posseggono!

dopo molte righe non riesco a descrivere calcutta. calcutta e’ un grande contrasto. palazzi vittoriani in decadena lasciano spazio a mercati pieni di fango, cumuli di rifiuti scavati da abitanti che altro spazio non hanno trovato si affacciano davanti a ristoranti le cui porte sono aperte ad occidentali che frusciano di biglietti verdi. odori che si intrecciano, parole che si mescolano ai rumori delle macchine. anche il tempo sembra essere indeciso sul da farsi. pioggia e sole si alternano come i secondi di un orologio. ma che cambia? assolutamente nulla. se prega nel sole, si prega nella pioggia, si vive cosi’ a calcutta. si prende cio’ che l;a grnde madre ti regala, attimo per attimo.

arriva il giorno (ieri ndr.), che calcutta la devi lasciare. senti gia’ che qualcosa ti ha preso. non so dire cosa ma ti portyi dentro i colori e sorrisi delle persone. un biano e un azzurro di un sahari bianco di una delle suore della carita’, un giallo di chicken byrani, un arancione di una veste dedicata a shiva. ti manca gia’ qualcosa perche’ calcutta te l’ha preso senza chiederti il permsso. ma forse qualcuno di loro ha mai chiesto a brahama di essere sputato-reincarnarnato in un caldo umido di 14milioni di persone sotto i’assordante rumore di un clacson che incrocia un passante?

ma arriva il treno. si passa la fila di quelli che attendo che si liberi un posto., nmoi siamo turisti, noi abbiamo i nostri vagoni, noi abbiamo la nostra ria condizionata. destinazione: bodhgaya, da dove vi sto scrivendo.

per chi non lo sapesse qui il buddha sotto un bel albero ha raggiunto la sua illuminazione. attorno a questo alberrop e’ nato il piu’ grande centro di studi buddhisti del mondo. ogni nazione devota al principe siddharta ha costruito un tempio per pregare vicino a dove tutto e’ nato. un arcobaleno di arancione si affolla tra le strade. piedi scalzi si allontano dagli scaffali dove si riposano le scarpe fangose. silenzio e serenita’ irreali si nascondono negli angoli dei templi quasi a dimenticare i clacson di calcutta e di ogni incrocio indiano.

per ora e’ questa l’india che ho visto: una grande mamma rumorosa e sbraitante che ha le mammelle gonfie che hanno il sapore del curry piu’ piccante

domani ancora un giorno dedicato al buddha per tuffarmi del tutto nelle braccia di shiva nel grande santuario che e’ varanasi.

e come sempre grazie per chi mi legge, grazie a chi mi scrive.





India 2008: si riparte!

29 07 2008

E ancora una volta ci siamo. Si riparte!

dove vado? non è difficile leggendo il titolo: India. ma dire: “Vado in India” è come dire: “Vado in Africa”. vuol dire molto ma allo stesso tempo nulla. iniziamo a dire che me ne vado nel nord dell’India. ad essere sincero l’india è uno di quei posti che ho sempre evitato. non perchè non mi attirasse ma perchè ne avevo una sana e vera paura. Una paura forse irrazionale ma così è.

Paura di cosa? ho sempre visto l’India come una montagna enorme da scalare. un dolce enorme che non ti permette di mangiarlo a fette. insomma, qualcosa che ti sbatte addosso e forse ti cambia per sempre. ma non c’è alternativa e una piccolissima fetta sono riuscito a ritagliarla, almeno teoricamente: il nord.

da Calcutta si parte, o Kolkata come si dice ora. da li verso ovest, verso il loro odiato fratello Pakistan. un cammino che mi porterà a vedere i grandi luoghi sacri della religione madre di tutte le religioni: Varanasi, Agra, ai posti mistici del Rajastan…e chiaramente molto molto altro.

ma mai come in questo viaggio, non cerco la cartolina del santuario, del Taj-Mahal o di un tempio sperso in una foresta infestato di scimmie e topi, questa volta cerca la gente. il contatto che a volte di toglie il respiro, il sospiro di una vecchierella che ti prega per un centesimo, il bambino con nulla addosso ride per quello che non ha. l’umanità.

ci siamo, chiudo qui questo primo pensiero con la solita aspettativa. chiuudo qui perchè purtroppo il morbo del non-viaggio mi colpisce. un morbo che mi incastra quando voglio scrivere qualcosa, un morbo che il giorno prima di partire mi fa pensare:”ma chi me lo fa fare? non era meglio un mese a Ladispoli a dormire?”

non mi resta che augurarvi buon viaggio, se mai avreste la voglia di leggermi, se mai riuscirò a far vivere qualcosa di lì in queste lettere.





Perché Jean Lafitte?

23 04 2008

Per rispondere alla domanda, devo obbligatoriamente risponde ad un’altra di domanda. sì, lo so perfettamente, non è mai cortesia rispondere ad una domanda con un’altra domanda, ma se non si parte da lì, tutto avrebbe davvero poco senso.

ecco quindi la domanda:

Chi è Jean Lafitte?

In passato mi avrebbero chiamato gentiluomo di ventura. Un gentiluomo insomma, che per il soldo solcava i mari in cerca di tesori e ricchezze. Un gentiluomo però che mai ha abbandonato i suoi valori, i suoi ideali.

Tutto ha inizio qualche tempo fa, in una buia mattina del 24 Gennaio del 1776 in Louisiana. Lì nasceva un uomo con un’idea. Un’idea che aveva il destino di solcare i mari come una fresca brezza estiva. Un’idea che mai ha visto un tramonto: la Libertà. un uomo che poi per realizzarla forse ha trovato la strada più breve: la Pirateria. ma cosa è la Pirateria se non un modo di vivere e di vedere il mondo? un mondo senza confini e senza proprietari. un mondo che appartiene agli uomini senza che qualcuno possa decidere la vita di qualcun’altro. un’utopia la chiamavano alcuni. ma forse non è una vita degna di essere vissuta quella in cui si segue una luce lontana che spezza le tenebre? e se questa luce dovesse mai portare lontano in mare che nessuno ha solcato, non resta che aprire le vele e seguire il più dolce degli zefiri, il più soave dei soffi. nemmeno lo scrocchiare sordo dell’albero maestro potrai mai coprire il gentile canto di donna portato dal vento. un canto che urla forte:

 

Per Dio e per la Libertà!