Boombay!!

1 12 2008

è passato qualche giorno dalla serie infinita di esplosioni e terrore che hanno piegato una città, che hanno messo in evidenza una debolezza di una nazione, che hanno acceso i riflettori su un problema le cui radici affondano ben più in profondità della sempre più scontata barba incanutita di Osama. 

Qui sta accadendo ben altro e questo “altro” nessuno lo sta portando alla luce. Ora, non penso, io dalla mia poltrona rossa, di avere la soluzione dei mali e la spiegazione a tutti gli interrogativi. Credo però che se tutti noi ci spogliassimo un pochino del nostro abito da occidentale e europa-centrico ci accorgeremmo che quello che è accaduto e sta accadendo è ben differente dal dire:”Hey uomo occidentale, io sono musulmano e ti voglio mettere paura!”. C’è una frattura che si sta aprendo minuto dopo minuto senza che nessuno tenti di buttare al suo interno un collante affinchè qualcosa si sani o qualcosa di altro non si rompa. In questa frattura, invece, continuiamo a vomitare bombe e sospetti, maldicenze e odii, insulti e differenze. Così, questa frattura, giorno dopo giorno si apre. Quelli che vi abitano in superficie attimo dopo attimo si trovano sempre più distanti e il gesto di un braccio teso non è più sufficiente per stringersi una mano tale è la lontananza. Allora quel braccio teso si arma e spara, solo così si arriva a far sentire la propria voce e la propria presenza al di là del crepaccio.

Ma noi, io per primo, torno a casa, scaldo la pasta avanzata e dimentico quello che accade, perchè accade laggiù, lontano dall’orecchio che non sente lo scoppio del cannone e il pianto di chi soffre. è una cosa lontana, non mi riguarda, non ci riguarda. si, ok, forse non potrò più andare in vacanza sul Mar Rosso, ma che importa, ci sono i Caraibi. Non ci si rende conto che giorno dopo giorno questo crepaccio si allarga e raggiunge anche posti che non sono tanto più lontani da quanto lo siamo noi. Beh, diciamo allora, è capitato a loro, sono disorganizzati, non hanno una rete di controlli adeguata, da noi questo non accade. 

Davvero non accade? Davvero non è accaduto nulla alla stazione di Atocha? Davvero non è accaduto nulla nella metropolitana di Londra?

Davvero tutto questo non era prevedibile, se non nel fatto, almeno nella possibilità?

Racconto una storia allora, per poter capire quanto le cose si sanno e si sanno dal basso, ma forse è dal basso che devono far rumore perchè chi sta ai piani alti qualcosa giunga all’orecchio.

Era agosto, faceva caldo ed ormai ero alla fine del mio viaggio estivo. Ero in treno, un treno che mi portava da Ajmer a New Delhi. Il treno è fresco ed io sono in prima classe, uno dei lussi da occidentale che è difficile negarsi nelle lunghe tratte di trasferimento. Con me non solo turisti affollano il vagone, ma anche indaffaratissimi uomini d’affare indiani, tutti con il proprio portatile, tutti con la connessione per lavorare e informarsi. Accanto a me un uomo, sulla quarantina, pancia prominente, guance da stringere tra medio e indice. Camicia color kaki bordata sul collo dall’immancabile fazzoletto cosicché possa apparire terribilmente linda all’arrivo. Mi guarda una volta, mi guarda una seconda volta, ma la terza gli è fatale, non resiste e cede di schianto alla sua curiosità e inizia il fuoco di fila delle domande:”Di dove sei? Dove vai? Perchè qui?” e così via. La chiacchierata è piacevole e scorre via veloce come il treno sui binari. Parliamo di tutto, dell’Italia e della sua famiglia, del calcio e di lavoro. Però quello che mi rimbomba in testa in questi giorni è un argomento: l’islam. Quando iniziamo a parlare di Islam, lui si fa nervoso, guarda attorno e abbassa la voce come per non farsi sentire. è un argomento delicato, mi dice, non da treno, non da due perfetti sconosciuti che condividono solo la noia di un trasferimento. Io insisto perchè intuisco che si fa interessante quello che potrebbe, ma non vorrebbe, dirmi. Lui è sempre più schivo e sfuggente. Qualcosa percepisco dalle sue mezze frasi:”Tra 20 anni, saranno più di noi Hindu. Loro occupano le classi più basse e hanno pochissima rappresentanza parlamentare. Loro non possono accedere a tutte le cariche statali a cui possiamo accedere noi hindu”. Ripenso ad Ajmer allora, alla ragazza che mi tirava la spazzatura davanti ai piedi mentre camminavo, penso alla rabbia con cui pregavano in contrapposizione alla perfetta serenità della religione in qualsiasi altro punto dell’India. La sensazione che allora mi appare più chiara è che loro, i musulmani, nella modernissima India, terra a cui si guarda come miracolo economico e in parte anche sociale, vivono assediati, spesso cacciati negli slum a cercare di tirar fuori dal fango la cena e poco altro di più.

Come si vive da assediati? Non lo so, dico come vivrei io da assediato. Vivrei sbracciando e cercando di farmi aria. Cercherei lo spazio dove vivere, tirerei fuori i gomiti e forse anche le unghie. Urlerei e salterei per potermi fare più spazio. Questo giustifica saltare in testa a qualcun altro? Istintivamente direi di no. Ma immaginiamo ora che l’aria si fa sempre più rarefatta e la folla inizia a camminarti addosso e tu in piedi non riesci più a stare. Scivoli, il tuo orizzonte è solo il ginocchio di quello che ti sta davanti e ti sta per calpestare. Che fai allora? Lo spingi? Stai fermo e aspetti che ti calpesti? Non so nemmeno questo, ma credo che il più antico dei nostri istinti prevarrebbe: quello della conservazione. Allora spingeresti, urleresti finchè hai fiato in gola e forse faresti cadere qualcun altro che soffocherebbe al tuo posto.

Tutto questo che racconto, sia ben chiaro, non giustifica nulla. Non giustifica nemmeno una goccia del sangue che bagnato Mumbay. Non giustifica, ma forse fa capire. 

Perchè allora rapire o uccidere gli occidentali? Quanto ne avremmo parlato di morti indiani? Stiamo ancora parlando dei morti in Orissa? Eppure erano cristiani come noi. Parliamo più delle esplosioni di Jaipur o Dehli? Eppure anche lì sono morti. E allora hanno usato l’unica carta che avevano: urlarci addosso quello che sta accadendo lì. E quel lì non è poi così lontano.

Lontano. Mi ero alzato dal posto vicino al signore indiano panciuto. Ero andato in bagno o forse a guardare fuori dalla porta aperta del vagone. Torno e lui non è più lì. è nel sedile accanto, accanto ad un altro signore panciuto con fazzoletto al collo e camicia kaki. Forse il secondo signore panciuto non sarà così impertinente, saprà cosa chiedere e saprà dove fermarsi nel farlo. Ma anche lui fa come me, come noi, non ci pensa, sposta lontano il pensiero. Lontano nello spazio, lontano nel tempo.





La città di Kali

2 09 2008

Sembra lontano nel tempo quando sono sceso dall’aereo per prendere la mia prima ambassador, così si chiamano le macchine che a migliaia fanno i taxi a calcutta. strano però guardando indietro quanto questa città mi sia rimasta dentro.

ogni passo che facevo in India, e me ne sto rendendo conto solo ora, lo paragonavo alla città di Kali. e di Kali ha davvero molto calcutta. Kali è una delle tante incarnazioni di Parvati, moglie di Shiva. un bel giorno fu mandata sulla terra per distruggere alcuni demoni che la stavano devastando. presa però dalla foga, e diciamoci la verità, anche divertendosi un pochino, ha seguitato a uccidere gli esseri umani. Shiva a quel punto, cercando di calmarla ha seguito il metodo a lui più consono: distruggere! Si stende quindi tra le pile di cadaveri sparsi sul globo e attende che Kali lo calpesti per iniziare la lotta.

calcutta è un po’ questo. è una distesa infinita di persone, tutte per la strada. si affollano, si spingono, dormono in ogni angolo impossibile. la sera i lati delle vie sono enormi dormitori dove file incredibili di persone tentano di passare la notte. il sonno sembra essere pesante come un macigno. sembrano morti e il solo muoversi ritmico del respiro ti fa capire se sono ancora  su questa terra o in cerca di una nuova incarnazione.

calcutta sembra pretendere quello che Kali vuole: un sacrificio. Calcutta ti infila una mano in pancia, ti rigira lo stomaco e te lo strappa. è un condesato di emozioni. non c’è nulla che ti mozza il fiato. non ci sono i bianchi pinnacoli dei Taj, non c’è il rosso dell’arenaria del Red Fort, non cè la calma animata del Gange. qui il vero centro è l’uomo. una città non adatta all’uomo ma in cui l’uomo ha deciso di stare. ha deciso di aggrapparsi con le unghie a questo posto maleodorante ma che trasmette molto. molto più di tanti forti tirati a lucido di altre località.

ci sono due calcutta, die città separate che sembrano guardarsi in volto senza mai incontrarsi. una è quella che si vive guardando per terra. vedendo le bancarelle vuote e a volte sudicie di chi vende qualsiasi cosa gli sia capitata a tiro. è una calcutta con gli occhi arrossati dallo smog, una calcutta piena di rumori e puzze, odori e suoni, pianti e risa, bestemmie e preghiere. poi c’è la calcutta che si vive quando si smette di guardare in terra. si alza lo sguardo e si vedono le meraviglie di quella che era la capitale del Raj britannico. palazzi vittoriani che sembra solo il caso abbia catapultato lì. cupole liberty coperte di muschio e smog, colonne ricordanti una vittoria, tombe di vicerè nascoste dietro i cespugli dei parchi. è una calcutta questa che invece sta scomparendo. una calcutta che si è addormentata come le tante persone per la strada ma più si è svegliata. e nel sonno tanti piccoli lillipuziani si sono impadroniti di qualcosa che all’inizio forse non hanno nemmeno capito come usare. e così l’anno lasciata. non c’è aggettivo migliore per descrivere la cornice alta di calcutta se non: decadente. imposte rotte, finestre infrante, fili per gli abiti stesi tirati da davanzali con state liberty che sembrano gettarsi nel vuoto pur di non subire quest’onta.

poi c’è la città vecchia, la città di Kali al cui centro c’è il Kaligat, i gradini per Kali. anche qui gradoni che scendono nel fiume, uno degli ultimi bracci del delta del gange. anche qui acqua marrone come sorta direttamente dalla terra, anche qui uomini e donne che si bagnano per purificare i loro corpi e le loro anime. ma al centro di questo c’è il tempio: colorato, pieno di fiori. la base sporca del sangue delle capre che ogni mattina servono a sfamare la fame rabbiosa della dea e quella eterna di migliaia di indiani che vanno ad elemosinare lì il solo pezzo di carne che avranno a disposizione da lì a qualche settimana. ma al dilà del tempio forse c’è quello che davvero tocca più nel profondo. è loro idea che morire all’ombra del kaligat sia auspicio per una nuova e migliore incarnazione. ecco allora che chi sente vicina la morte si trascina, spesso malato di lebbra o di malattie ormai debellate da secoli nel nostro continente, per spegnersi lì e riniziare una nuova vita. non è un caso che vicino di casa del kaligat sia stata, e tuttora lo è, una suora che poi è divenuta famosa a tutti grazie al suo sari bianco e azzurro: Madre Teresa di Calcutta. ha voluto, con ferrea decisione, che il suo lebbrosario sorgesse accanto al posto più sacro di Calcutta, attirando anche feroci critiche da parte degli Hindu.

ma calcutta è anche questo, città di contrasti assoluti. di luci e ombre, di ricchezza e povertà. all’ombra dei grattacieli, pochi peraltro, che ospitano banche o alberghi di lusso sorge dal fango il quartiere che più impressiona. da lontano sembra solo un cumulo informe di spazzatura, alto quanto il primo piano di un palazzo. ti avvicini e scopri che nelle pozzanghere sguazzano divertiti i bambini. quando si è a pochi metri capisci che quell’informe cumulo è abitato. qualcuno ha deciso che forse un tetto, anche se di spazzatura, potrebbe essere meglio di un cavalcavia. ecco che scavano nei rifiuti stanze senza porta, come le caverne dei nostri progenitori. ci vivono, mettono a terra i materassi, quella è la loro casa, quella è l’unica cosa che hanno.

poi il traffico. le strade sono strette tanto da far passare una macchina alla volta o al massimo due tuk tuk. ecco allora che diventano a senso unico. ma con quale criterio? assolutamente inconcepibile. probabilmente tutto dipende dal primo della fila che imbocca quella strada e ne decide momentaneamente il senso. solo un calo nel flusso continuo di clacson permette al senso di invertirsi nuovamente.

mi rendo conto che a scrivere di calcutta servirebbero pagine intere senza peraltro giungere mai a qualcosa di così completo da trasmetterne l’anima. ma si può forse racchiudere in testo l’anima di Kali? si può forse placare una furia che solo lord Shiva è riuscito a fermare?

non abbiamo quindi altra soluzione che offrire il nostro tributo a Calcutta, sperando che Kali sia più benevola verso di noi.





Religion-land e Ganesh: ultimo sorso di India-lassi

29 08 2008

Ed eccomi qui a scrivere l’ultimo articolo in terra indiana di questo viaggio. tranquilli, non vi lasciero’ qui, non appena saro’ a casa iniziero’ a rimuginare, come un ruminante, tutte le sensazioni che ho vissuto qui e vi dedichero’ di certo qualche altro articolo. eravati preoccupati eh? ma poi diciamoci la verita’, non e’ questo forse un buon modo epr far passare piu’ veloci le ore lavorative? se cosi’ e’, perche’ non pensate a fare un fondo, no-profit, ci mancherebbe altro, per mandarmi in giro per il mondo per i prossimi 20 anni? se riuscite ad organizzare una cosa del genere prometto che mi attacco tutti gli adesivi di sponsorizzazione sulla pancia, e di spazio ce ne e’, e mi faccio fare le foto da tutti i locali che incontro. inoltre ogni mattina avreste un mio articolo bello fresco nella vostra casella postale, che ne dite? si puo’ fare? scrivo il numero di conto corrente su cui fare le donazioni?

ok, va bene, smetto di scrivere idiozie e vi racconto un po’ di oggi.

stamattina mi sono svegliato ben presto, ho fatto colazione con le mie due consuete uova fritte e il succo di mango. ma non riuscivo proprio a svegliarmi e quindi sono stato un un po’, nonostante l’autista mi dicesse di andare a guardare i due cani della guesthouse che rincorrevano gli scoiattoli e i pappagalli. poi una cosa strana, la mattina ci sono solo pappagalli, il pomeriggio solo piccioni. un paio di questi sta facendo in questo momento un nido sopra al frigo, peccato non rimanere un’altro paio di giorni per capire se faranno prima i piccioni o la solerzia nella pulizia degli indiani, io un’idea ce l’ho, ma non voglio esser maligno.

insomma, riesco ad alzarmi dalla sedia della colazione e si va, direzione il tempio di Arkshadam, o una cosa del genere, dopo un mese qui mi si iniziano a confondere le idee sui nomi dei templi. allora la guida racconta che questo tempio inaugurato nel 2005 contiene una cosa come 20mila statue. si’, avete capito bene, 20mila. ora ventimila non sono poche e incuriosito come una scimmia decido di andare. gia’ l’impatto e’ davvero strano, no macchina fotografica, no acqua, no borse, no cellulari, no niente. nudo come un pesce entro dentro e lo spettacolo e’ davvero originale. innanzi tutto il tempio e’ anticipato da uno spiazzo per il parcheggio grande almeno quanto quello di ikea, credo che qualsiasi ikea abbia un parcheggio gigantesco. un parcheggio insomma da centro commerciale con tanto di lettere per ritrovare le macchine. dentro ci sono vari edifici ma prima di tutti si va a sbattere contro il centro accoglienza, tipo gardaland, dove ti danno piantina, orari degli spettacoli, orario dei giochi d’acqua delle fontane, orario dei film. insomma, dentro e’ un parco giochi dedicato a questo scisma, almeno credo di aver capito cosi’, dell’induismo. anche qui si predica amore eterno, unita’ in dio, ecc, ecc. anche qui raccontano che per la costruzione del tempio, davvero grande e con davvero 20mila statue, hanno lavorato solo volontari. un po’ come il tempio del loto di ieri. qui pero’ non hai le modelle che ti accolgono, qui hai uomini con la camicia marrone con tanto di logo del tempio. ogni 20 metri c’e’ lo spot con i fotografi per farti la piu’ bella delle fotografie con lo sfondo santo della cupola del tempio. insomma, se vuoi fare tutto, entri gratis e ci stai una gioranta intera ed esci con le tasche vuote. ci sono poi i ristoranti i bar e tutti i generi di necessita’.

mi e’ stato detto, dopo la mia sparata contro i bahai di ieri di essere un pochino meno prevenuto ma davvero non ci riesco. ma vi immaginate centinaia di italiani che si mettono a lavorare gratis per costruire la salerno-reggio calabria? sarebbe un’opera di umanita’ infinita e su tutti gli autogrill potremmo scrivere anche un motto del tipo:”tutti gli uomini sono uguali”, ma non credo che riusciremmo a fare nemmeno il primo km. trandotto, ma a queste sette chi glieli da’ tutti questi soldi per costruire cattedrali enormi dove pochi fedeli, questa ne ha un milione, si riuniscono?

peraltro mi sono anche beccato la benedizione della puja delle 10 e 30, credo la quinta o sesta benedizione in questo viaggio. credo che dovro’ iniziare a temere lord Shiva e combriccola piuttosto che il nostro solitario dio.

bene, uscito da Religion-land, non dopo aver della parabola del coniglio che invita a pranzo l’elefante ma e’ imbarazzato perche’ non sa dove farlo sedere, mi accorgo che sono a corto di ganesh. si ganesh, figlio di? siete stati attenti alle mie lezioni di teologia hindu? comunque, figlio di shiva e parvati, quello con la testa di elefante. il risultato e’ che questo dio panciuto e’ il piu’ simpatico oltre che quello in testa nelle vendite. dove comprare i ganesh? ovviamente nel bazar di old-Dehli.

tra la moschea di old-dehli e la cia che attraversa la vecchia citta’ si stende a teppeto un labirinto di viuzze, totalmente al buio dove si affacciano migliaia di botteghe. in queste viuzze pero’ si affolla il traffico di tutta la vecchia citta’: uomini con sacchi pesantissimi sulla testa, donne con in mano bambini, riscio’, moto e biciclette, oltre agli indimenticabili individui che emettono solo un suono:”hello sir, where are you from? do you like saree?”, seguito dalla sputacchiata di rossa di betel. alla ricerca di ganesh mi incammino in questo dedalo perdendomi immediatamente. finisco quindi in ordine nel reparto dell’argento, poi in quello delle biciclette, poi in quello immenso dei sari. sbuco infine in quello delle spezie per poi rituffarmi in quello degli animali: galline stipate in gabbia cosi’ strette che sarebbero decisametne piu’ a loro agio dento la confezione del chicken burger di macdonalds. poi il pesce, di forma non riconosciuta. ma dei miei poveri e panciuti ganesh nemmeno l’ombra. in ogni caso perdersi qui mi ha regalato l’ultima boccata dell’india vera. quella che ho conosciuto in questo, sin troppo corto, viaggio, e che ho imparato ad amare. le differenza guardando indietro sono tante e si notano decisamente. i sari hanno colori piu’ eleganti ma soprattutto sono ricchi di luci che li rendono variopinti. ma questa e’ ancora india, qui c’e’ ancora martella un radiatore vecchio per tirarne fuori uno nuovo, chi raccoglie con le mani la spazzatura e al suo passaggio le persone si spostano. questa terra e’ un posto che non ti delude mai tranne quando abbagliato dalle luci dell’occidente cerca di specchiarsi in esso. ma la fine che fa e’ quella di narciso, si cade nello specchio d’acqua e in molti affogano.

dimenticavo quasi di raccontare del mio primo impatto con i film di bollywood. una sola parola: meravigliosi! devo essere sincero che me li immaginavo molto piu’ “pecorecci”. invece il film che ho visto (Singh is Kinng) e’ davvero fatto bene. per capirci, un indiano che viene in italia e si trova al cinema davanti ad uno dei nostri film di natale esce non piu’ tardi dell’intervallo. oremettiamo che sono andato in uno dei cinema bene di dehli, in galleria che e’ la parte vip della sala. tanto vip che mentre sei seduto passa il cameriere per chiderti se vuoi qualcosa da mangiare. vi dico solo che sono arrivato a cena che volevo morire. in ordine ho ingurgitato una cofana di popcorn e un meraviglioso chicken-hot dog. ma la cosa piu’ sensazionale e’ che, nonostante il film fosse in punjabi, nemmeno in indi, senza sottotitoli ho capito. chiaramente non ho capito i dialoghi ma alla fine sono uscito che non c’erano punti di domanda nella trama. nota di merito per le attrici di Bollywood. speriamo che i nostri calciatori non ne vengano a conoscenza perche’ senno il campionato di calcio piu’ bello del mondo diventa quello dell’uttar pradesh!

sono davvero tante le cose che mi ritornano in mente anche solo di oggi: il ricovero per uccelli dentro il tempio gianista, la totale mancanza di mucche, il ragazzo sul riscio’ a pedali che per la seconda volta in due giorni mi da’ un passaggio. ma tutto ha un tempo perche’ venga raccontato.

ah, i ganesh li ho trovati poi, erano nascosti nel bazar del quartiere bene di new-dehli. forse stanno li’ perche’ portano fortuna. e a chi dovrebbero portar fortuna? se stanno li’ un motivo ci sara’, forse la fortuna serve piu’ a noi che torniamo a casa.

vado a fare lo zaino che domani alle sei mr. punjab accendera’ il motore della sua Tata-mobil direzione roma. ma io sto tranquillo, ho tre ganesh nello zaino!

namaste’ gente, namaste’ india!





Dehli

28 08 2008

Cosa c’e’ di piu’ trandy di avere una macchina con aria condizionata che ti scarrozza nelle vie alberate della Dehli bene, guidata da un autista Sikh con tanto di barba lunga e turbante arancione? credo poche cosa al mondo possano pareggiare una simile squisitezza. insomma il signor Punjab, nome della regione da cui ovviamente viene, mi ha portato in giro a vedere le ultime cose qui nella capitale del sub-continente. detto che non basterebbe nemmeno un mese per capire una citta’ cosi’ grande, e’ comunque gratificante farsi un’idea di dove sto trascorrendo i miei ultimi giorni indiani.

ieri ho affrontato la Old Delhi. li’ ho ritrovato molto dell’india che ho vissuto nell’ultimo mese. mancano le mucche e devo dire che si nota presto la loro assenza. il senso di tranquillita’ e di disinteresse dal caos immane che si scatena a pochi centimetri dalle loro orecchie e’ rilassante. ti viene da pensare:”ma se non si preoccupano loro, perche’ ti devi preoccupare te?” li’, nella dehli old style, mancano i vialoni alberati e le grandi boulevard proprie della Dehli new style. li’ e’ tutto piu’ attaccato. i negozietti dei bazar terminano nel banco del loro vicino. tornano i bambini che con un gesto della mano si indicano la pancia e con l’altro la bocca sussurrando chapati (pane). insomma, la nuova Dehli sembra piu’ che altro un avamposto di cosa domani potrebbe essere l’India intera. ma di strada ce ne e’ ancora tanta e visto che qui si va lenti, di tempo ancora ne manca.

poi c’e’ la New Delhi, quella dei negozi monomarca e dei mall luccicanti. qui le donne hanno lasciato scivolare a terra il sahri per inguanarsi in jeans all’occidentale. non so se ne hanno guadagnato sia in comodita’ sia in sensualita’. tutto diventa piu’ grigio, non sono piu’ le persone a regalare colore all’ambiente, ma sono i neon dei negozi e dei fast food che si riflettono sul grigiore delle persone occidentalizzate nell’aspetto. non si deve pero’ pensare di stare in una citta’ occidentale. per strada trovi ancora i tuk-tuk dove dormono gli autisti in attesa che qualcuno li svegli per una corsa.

la sensazione continua che mi da’ questa citta’ e che e’ sospesa. sospesa tra il nuovo e vecchio. si vuole con grandissima voglia il nuovo perche’ tutto sembra luccicante ma se poi tutto questo luccichio si trasformera’ in vetro come per gli indiani di Cortes e Pizarro?

oggi poi ho visitato un posto davvero molto molto strano: il Bahai Temple, o anche Lotus Temple. iniziamo dall’architetture. immaginate un enorme fiore di loto che sta per schiudersi. immaginatelo grande, bianco di cemento armato rivestito di marco. immaginate che questo sia in mezzo a giardini curatissimi con aiuole curatissime. ecco, avete immaginato il Lotus Temple. e mi domanderete, a chi e’ dedicato questo tempio? una volta ai topi, una alle scimmie, una alle mucche, e stavola? beh, stavolta, questo tempio e’ dedicato a tutti. tutti gli dei Hindu? no, no. a proprio tutti tutti. al Dio dei cattolici a quello degli ebrei ad Allah, a tutta la miriade di divinita’ Hindu. insomma proprio a tutti. nel 1800 un ragazzo iraniano, di shiraz, non terra di vino, ma terra di Persepolis, ha avuto la chiamata dal Dio supremo per comunicargli che era ora che noi la smettessimo di dividerci tutti nelle nostre piccole religioni. la religione e’ universale, il Dio creatore e’ uno solo e cosi’ via. ora, i precetti di questa religione si basano anche su meravigliosi concetti umanitari che difficilmente si possono contestare. starete sentendo un dubbio serpeggiante in questo. beh, non posso nascondere ma io da qualche parte ci vedo del marcio. la sensazione quando sono entrato e’ quella che deve aver provato ulisse nel sentir cantare le sirene. Stop al caos di dehli. Aria fresca delle vasche piene d’acqua. Corridoio luminoso al tempio. tempio bianchissimo e accogliente. moltissime volontarie, anche molto carine, tanto da pensare che avessero passato un casting, che ti chiedono se hai qualche dubbio, se serve qualcosa, se ti possono essere utili. aggiungiamo che questo e’ l’unico tempio in india in cui non ho pagato l’ingresso. Domanda: come si regge tutto sto baraccone? Voglio esser chiaro, quello che mi e’ venuto in mente e’: questa e’ la classica setta appoggiata da qualche riccone americano impazzito. ma non voglio essere sospettoso e quindi lascio al giudizio di tutti voi quello che ho visto oggi. rimane il fatto che i precetti insegnati sono cosi’ condivisibili che sono piu’ o meno scritti su tutte le carte dei diritti dell’uomo e su molte delle nostre costituzioni, divinita’ e santoni esclusi.

ora mi aspetta un’altra esperienza che mi sono lasciato per ultimo: il cinema. questa sera mi tocca: Sikh is Kinng. non ho scritto male, proprio come leggete. vi raccontero’ domani dettagliatamente la trama che non capiro’ visto la mancanza di sottotitoli e quant’altro.

a domani!





Da Udaipur a Dehli (seconda parte)

26 08 2008

Dove eravamo rimasti? poco importa, rinizio da capo. no, okok, tranquilli non vi ammorbo nuovamente con un vomito infinito di parole. ma un paio di cose da raccontare in questo tragitto ci sono.

inizio da quella che mi ha fatto pensare. chi di voi mi legge e mi conosce personalmente, sa quanto poi io sia innamorato del mondo arabo e dell’islam. spesso non riesco nemmeno ad essere eccessivamente obiettivo. forse non lo sono perche’ quando sono stato ospite nelle loro terre ho avuto un trattamento degno di un re. forse e’ la mia faccia che appartiene molto piu’ a loro che all’italia e forse perche’ non sono “l’altro” nella loro terra. perche’ sto parlando di islam quando sono nella terra di lord shiva, di ganesh e di tutti gli altri dei con mille faccie e centinaia di braccia? perche’ l’india l’islam lo sta coltivando da dentro. e’ come un figlio che cresce nel ventre molle della grande madre ma per poi uscire quando gia’ e’ grande almeno come la sua genitrice. sono numericamente inferiori, occupano ancora le classi piu’ basse della societa’, quasi come fossero fuori casta. pero’ crescono, si moltiplicano, sempre piu’ occupano spazi e a volte con esplosioni si fanno sentire nei luoghi che l’india ha piu’ cari. quindi? quindi diceva il mio vicino di treno nella tratta che da ca da ajmer a dehli, quando saranno come noi, tempo previsto 50 anni, sara’ davvero un grave problema. e lo sara’ si. come ho avuto questa sensazione? mi manca da raccontarvi una tappa di avvicinamento che ho fatto tra udaipur a dehli: ajmer. ajmer e’ un posto importantissimo di pellegrinaggio dei musulmani e lo si vede. lo si vede dai sahri neri delle donne, dalle scritte che da tondeggianti si allungano su campi verdi. da uomini divisi dalle donne. dalla fine del magnifico occhio rosso che e’ impresso sui volti scure delle indiane. e’ tesa l’aria che si sviluppa attorno alla moschea. la folla e’ fitta, in parte sembra anche fanatica quando urla per chiedere offerte che vengono gettate forte su bandiere spiegate. dentro e’ la solito spettacolo della moschea:uomini da una parte, donne dall’altra. ma e’ anche un posto vivo, un posto in cui non si viene solo per pregare ma anche per vivere. manca pero’ qualcosa. il sorriso dell’india non c’e’. una ragazza mentre cammino mi getta la spazzatura davanti ai piedi. come cerco di spostarla lei mi guarda mi chiede:”what’s your problem?” e seguita a sporcare la strada che cammino. e’ triste pensare che uno stesso popolo abbia un comportamento diverso per un qualcosa che prescinde dalla loro stessa natura. questa e; ajmer, arroccata e insalita. bella e piena di colori nel bazar e nelle strade che arrivano alla moschea.

piena di colori, piena di sapori come il pane fresco che viene sfornato in continuazione, ma con un’anima nera come la notte che nasconde sotto un velo i denti bianchi di una donna che magari avrebbe voglia di sorridere.

parole tristi ma vere.

a presto!





Da Udaipur a Dehli

26 08 2008

Per la precisione a New Dehli, ma non credo che nessuno di voi si sia posto il problema dell’esistenza di una Old Dehli, la si da’ per scontato.

E’ vero, sono mancato da queste pagine per qualche giorno e in questi giorni mi sono dovuto concentrare oiu’ di una volta per cercare di ricordare quello che stavo vivendo, le emozioni che le cose che mi circondano mi hanno datto, i sapori che gustato. non riusciro’ di certo a fare un quadro organico e soprattutto cronologico perch’ sono davvero tante le sensazioni.

prima di tutto vorrei partire da un paio di fattori che hanno accompagnato questo viaggio ma a cui non ho dedicato nemmeno una riga: il treno e il lassi’.

il treno. si pensa sempre ai treni indiani come un ultimo rimasuglio del colonialismo inglese. abbandonati li’ al loro destino e quindi in una parabola discendente di abbandono e usura. in parte lo sono. certo il grande del lavoro, le tratte, era stato fatto dai colonizzatori, ma gli indiani ci stanno mettendo del loro per rendere assolutamente fruibile il treno a tutti quanti. ora, si deve partire dal presupposto che i treni sono sempre tutti pieni. volete fare una prova? andate sul sito delle ferrovie indiane, che funziona quasi meglio si di quello italiano, e provate a prenotare un biglietto qualsiasi tra due citta’ che vi sembrano importanti. la risposta sara’, nella migliore delle occasioni, che sarete in lista d’attesa. tutti qui si muovono in treno, tutti qui si muovono tanto. dove vanno? beh, dovunque, a trovare un parente, un fratello. un pellegrinaggio ad un tempio. magari alcuni salgono portandosi sulla testa chili infagottati in stoffe sgargianti. insomma, viaggiano. certo, non viaggiano tutti nelle classi “riservate ai turisti”, ma viaggiano. vi domanderete allora, ma come hai fatto a prendere i treni? i geniali indiani hanno pensato ad una quota biglietti riservati solo ai turisti. con il magico numero del passaporto quindi si aprono frontiere di biglietti con aria condizionata e lenzuoli, con sedili reclinabili e pasti frequenti. non pensate che i lenzuoli abbiano il colore del lino appena steso, ma almeno ci sono. i pasti invece sono abbondanti tanto che a meta’ percorso si inizia a pensare di essere saliti a bordo del treno della strega cattiva di hansel e gretel. ti viene da pensare che alla stazione di arrivo misureranno il tuo peso per vedere se si e’ pronti per il forno. nell’ultima tratta, 7 ore, ho avuto 1 pranzo, una cena, una meranda, una zuppa, un chai e un gelato, dite che pu’ bastare? ma cio’ che rende il viaggio in treno unico e’ cosa tu attraversi. nonostante abbia fatto molto spesso dei lunghi sosptamenti notturni, anche in seconda classe senza finestrini con la sabbia del deserto che ti colora di ocra, le volte che ho avuto la fortuna di viaggiare di giorno e’ come stare seduti a teatro mentre il mondo ti scorre lento davanti. i lati della ferrorivia sono vissuti come se si stesse nel centro di una metropoli. case si affacciano, nel vero senso della parola sui binari e il treno passa a pochi centimetri delle case dove dentro la vita scorre regolare come il gigante di ferro fosse solo un pezzo variabile di un paesaggio mobile. i bambini siedono sui binari e si spostano all’ultimo solo quando sentono il tuono di ferro. uomini e donne stendono panni che battono come bandiere al vento provocato dal treno. va lento il treno, va lento come l’india e quindi hai la possibilita’ di guardare dentro le case. vedere attraverso le porte aperte: uomini che dormono distesi davanti un ventilatore, donne che cuinano, vecchi che guardano con occhi grigi e vuoti cio’ che mille e mille volte hanno gia’ visto. non riesco a scrivere la sensazione di tutto cio’ ma cercate di immaginarvi un quadro molto scuro, di quelli romantici con lanterne che dondolano nelle case efigure ferme come nature morte. il colore e’ il nero rotto solo da palle illuminate che regalano a chi passa un attimo di quotidianita’.

poi c’e’ il lassi’. cosa e’? beh, e’ una bevanda. in pratica e’ un frullato nostrano che pero’ e fatto con lo yogurt. quindi ghiaccio, yogurt, spesso un po acito e un frutto. ma oltre ai frutti ci mettono dentro le spezie: dalla cannella allo zafferano, dal cardamomo al pepe. se a questo aggiungete un calore umido che ti assale vi renderete conto di quanto puo’ essere piacevole un lassi’. lo so, mi rendo conto che forse non e’ interessantissimo, ma vi assicuro che il lassi’ mi ha e’ stato piu’ utile della lonely planet stessa.

ora sono a Dehli. sono arrivato ieri sera tardi, era notte. nel paio di giorni di assenza sono stato a pushkar e ajmer. due porti che distano solo 10 km ma di una diversita’ che in mezzo potrebbe esserci un mare. c’e’ da dire che quando ieri sono arrivato in treno a dehli e poi preso il taxi per il breve percorso di strada che mi divideva dall’hotel, ho pensato che le 7 ore non le avessi passate in treno ma in aereo e non solo per la frequenza dei pasti, ma soprattutto per la modernita’ contro cui sono andato a sbattere rispetto alla polvere e al fango delle settimane passate. ma torno a pushkar.

pushkar e’ una di quelle cittadine dove gli hippy capelloni e nostalgici hanno deciso  di arroccarsi per vivere un sempieterno woostock. in molti paesi in cui ho viaggiato esistono queste “roccaforti” ma qui ti da’ proprio la sensazione che sia stato un po’ costruito per sembrare una gardaland locale. baretto con musica soft, ragazzi che girano vestiti come sadu, ne ho visto uno con cappello di peltro e bastone, oltre all’immancabile barbafino a meta’ petto. insomma, se non fosse per il bel tempio dedicato a brahama e al lago, infestasto da finti e sedicenti preti, il posto non varrebbe nemmeno la sosta per una pausa’ pipi’.

uups, ha smesso di piovere, si sta piovendo a dehli, il monsone mi vuole salutare. facciamo che la restante parte del racconto odierno ve la continuo dopo? tanto non mi potete rispondere, quinbdi vi ringrazio per l’attenzione e vi lascio con un:

continua…..





L’India va lenta

22 08 2008

Evidentemente e’ destino di questo viaggio che continui ad incontrare persone che, con frasi secche e a volta lanciate li’ continuando un discorso, ti aprano una porta per vedere meglio e sotto un colore diverso quello che mi circonda.

questa mattina, dopo le mie due uova fritte, il mio lassi’, il mio chai decido che con la pancia piena e’ ora di perdermi per le strade di udaipur. ah si’, sono ad udaipur, la venezia dell’india, ma prima di qui sono passato anche per l’odorosa jodhpur, ma per questa volta, violentero’ la mia natura e iniziero’ dalla fine. arrivo quindi al banco per chiedere quanto disti a piedi il city palace, dopo tutto quello che ho ingurgitato per colazione mi sembrava davvero una notizia di prima importanza. lui mi guarda, tira fuori una cortina sgualcita e inizia a disegnare con la penna il percorso che avrei dovuto percorrere e che poi in realta’ ho percorso. visto i continui tratti di penna gli domando:”si’ ok, ma ci arrivo a piedi?” e lui con una naturalezza sconcertante tira fuori la frase del viaggio:”amico mio, l’india e’ un paese che va a piedi, se tu decidi di percorrerlo anche solo con un tuk tuk ti perdi tutto.”

una frase che e’ ovvio che e’ ovvia nella sua totale semplicita’, ma ti fa capire tante tante cose nel comportamento di tutti quelli con cui hai a che fare durante il viaggio.

l’india va lenta e per poterla capire per davvero devi abbandonare qualsiasi isteria da tempo occidentale. devi insomma avere il tempo che il cameriere con una lentezza biblica ti apra la coca-cola e te la versi piano piano, goccia dopo goccia nel bicchiere, per poi porgertelo gentilmente con uno scuotimento di testa a dire:”thank you, sir!” devi avere il tempo di fermarti ad ogni mano, e sono centianaia ogni giorno, per stringerla e rispondere alla domanda fatale:”where are you from?”

a proposito, oggi sono davvero poco ordinato nel tempo del racconto, ma prendetelo cosi’ oggi, ieri ero fermo ad un meccanico, chiamamolo cosi’. in realta’ era un gonfiatore di gomme, ma non gommista perche’ di gomme non ne aveva. qui ognuno possiede una cosa e una cosa fa. d’altronde se tutti facessero tutto, l’altro miliardo di persone che farebbero? insoma, procedo, o almeno ci provo, ero fermo dal gonfiatore di gomme e anche lui non resiste alla fatidica domanda. e’ divertente perche’ li vedi li’ che si tengono per non fartela, ci provano, ma alla fine come un rutto te la tirano in faccia. il gonfiatore quindi mi guarda e dice:”what is?” eh, mica male rispondere ad una domanda che chiede:”cosa sei?” eh, cosa sei? sei che sei tu, cioe’ io. quindi la cosa piu’ ovvia era dire: francesco. ma sapendo la grande curiosita’ rispondo:”Italy!” lui si gira allora dal suo dipendente, un ragazzetto che lo ha visto pronunciare due parole inglesi come se fossero i segnali di “incontri ravvicinati del terzo tipo”, e lo guarda con un fare: lo vedi perche’ io sono capo e tu sei li seduto a dipendere da me? io so anche dire What is, tu che sai dire? e’ cosio’, smebra una cosa semplice e forse un raccontino scemo, ma davvero molti dei rapporti tra persone qui funzionano secondo questo codice.

perche’ ero dal gonfiatore? perche’ il treno tra jodhpur dove ero ieri e udaipur dove sono oggi non esiste. mi hanno cercato di spiegare una cosa un po’ strana. tipo che i binari dei treni di jodpur sono piu’ larghi di quelli di udaipur. mah, ci crediamo? io dico di no, so solo che allora l’unica via e’ stata quella di salire in macchina e fare un bel pezzo si strada con un autista. la strada e’ stata meravigliosa. si passa infatti dall’ocra accecante del deserto del rajastano al verde e rosso della terra che circonda il sud di questa regione, la parte che poi degrata fino al gujarat per terminare nel mare di mumbay. un rosso intenso, di graniti ed argille attraversato costantemente da lingue verdi di terra dove pascolano mucche e bufali. la strada e’ un serpente nero che si arrampica, ma non appartiene solo alle macchine, appartiene alle scimmie, alle mucche che ci dormono placide e soprattutto alle migliaia di pellegrini che da ogni parte del rajastan la percorrono a piedi con bandiere appoggiate sulle loro spalle. la percorrono per settimane intere. spesso parono da bikaner o da jaisalmer e arrivano dopo settimane ad un tempio che di questo periodo ospita oltre 7000 fedeli al giorno. e’ bello vederli sfilare, basta una mano fuori dal finestrino per prendere un po’ di frescura che loro ti salutano entusiasti. al ciglio della strdaa poi ogni 15 km circa ci sono delle tende coloratissime anche esse che danno frescura e chai gratuito a tutti quelli che reputano sia tempo di un riposo.

me ne andavo da jodhpur. bella, forse delle poche citta’ del rajastan che ho visitato che assomiglia davvero ad una citta dell’india dei primi giorni. li’ la gente pensa davvero a finire la giornata e non ai turisti che sgamebttano felici cercando i sacchetti di spezie a piu’ buon mercato. e’ la citta’ blu e per una volta questo e’ stato rispettato. camminare nella citta’ vecchia e tuffarsi nel blu indaco delle case dei brahamini. un blu che visto dall’alto delle ura del castello sembra vibrare, forse anche a causa del caldo, come un mare placido che bagna le secche sabbie che circondano la citta’. il porte poi e’ di quelli che ti fanno girare la testa, tanto austero fuori, tanto gentile ed elegante dentro. ho notato che piu’ le mura erano possenti piu’ i forti del rajastan nascondevano cortili e templi di eleganza sublime. il cuore della citta’ pero’ e’ lontano da li’, il cuore lo vedi dove la gente dorme la notte. i banchi della frutta di notte sono i giacigli dei venditori stessi. a terra invece le vacche finiscono la merce invenduta del giorno. e’ la torre dell’orologio che raccoglie l’anima di jodhpur. il forte e’ lo specchietto gettato in volto alturista distratto, ma e’ la fogna a cielo aperto e il mercato a rendere jodhpur indimenticabile per odore e umanita’.

ora udaipur. udaipur e’ su un lago, o meglio, su un mezzo lago. il lago dipende direttamente dai monsoni e siccome di monsoni quest’anno se ne sono visti pochi, di lago ne e’ rimasto meta’. per ora udaipur da’ l’idea d reggersi molto sul turismo. non e’ pero’ ossessiva e soffocante come agra. e’ discreta nei vicoletti che si arrampicano per poi sbucare in un gat sul lago. dai gat poi la vista e’ mozzafiato. il lake palace, vero gioiello nascosto al turismo di massa, perche’ e’ un hotel da mille ed una notte, sembra galleggiare bianco sul lago. e’ doppio il lake palace perche’ la meta’ che si riplette sulle acque ferme sembra essere ancora piu’ imponente del suo gemello marmoreo. per ora non ho avuto tempo di vederne troppo di udaipur, c’e’ tempo, c’e’ domani.

nel frattempo a piedi risalgo i vicoletti per potermi sedere placidamente in un bar e gustarmi con grande lentezza un lassi’ gelato. anche perche’ se lo bevessi di un fiato, riuscirei mai a gustarne tutte le spezie di cui e’ fatto?





Giro di boa

19 08 2008

A dir la verita’ il giro di boa e’ gia’ avvenuto qualche giorno fa. e quando si va di bolina, spero di aver azzeccato il termine velistico senno’ avro’ belle critiche da chi mi legge, tutto scorre molto piu’ velocemente.

devo fare una premessa. in questi tre giorni a jaisalmer mi sono un pochino rilassato anche con qualche confort maggiore rispetto ai miei standard: piscina, camera con vista, birre recapitate a domicilio, insomma, tutto quello che si puo’ desiderare lo si ha al suono di:”everything is possible sir, two minutes”. poi poca importa che i due minuti indiani abbiano una durata indefinita, che fretta c’e'? che si deve fare? e quindi con il tempo lento tutto passa veloce come da un finestrino di un treno in corsa. fatta questa premessa arrivo al fatto. mi trovo al bar, ordinando un club sandwich, desiata pausa al trionfo di spezie a cui e’ sottoposto il mio palato da qualche giorno, e mi ritrovo una coppia di milanesi, madre e figlia, che mi guarda sbalordita e mi dice:”ma tu mangi le verdure?” ed io:”signora, e’ solo questione di tempo. passata la bufera intestinale che presto o tardi la colpira’ anche lei desiderera’ le verdure”. il dialogo si sviluppa quindi sul binario: tuseimattochefaiquestiviaggi e iononmangionemmenomortaadunbanchettoperstrada. arriva infine la domanda che mi ha fatto pensare “ma alla fine non pesa un po’ troppo un mese in india?” in effetti se pensassi ai primi due giorni potrei anche dire, e forse l’ho pensato, che un mese sarebbe stato drammaticamente lungo. quindi ho capito che un tempo di vacanza pesa solo a chi in quel paese ci galleggia solo. chi nel posto dove vive non si infila nelle pieghe, anche maleodoranti, di chi ci vive. come se per 15 giorni sorvolassi un posto senza mai toccare nessuna delle cose che dall’alto ti vengono mostrate. allora si, diventa terribilmente noioso e lungo. se invece ti tuffi, e per far questo ci vuole tempo e forse un po di stomaco, nella quotidianita’ allora il tempo vola. un giorno guardi la data sul tuo orologio e il giorno dopo ne sono passati 10 di giorni. il tempo scorre veloce come quando si e’ a casa e si dice:”caspita, siamo gia’ a natale!” e perche’ li’ allora dovrebbe scorrere piu’ velocemente che qui. a casa abbiamo molti piu’ tempi fermi, molte piu’ pause che freneticamente e compulsivamente riempiamo con qualsiasi hobby, anche il piu’ idiota che ci sia. finiti gli hobby ci bruciamo davanti alla tv. insomma il tempo a casa potenzialmente e’ fermo mentre quando abbiamo da fare vola, e qui di cose da fare ce ne sono molte e forse una vita intera non basterebbe. allora come mai si percepisce una sofferenza nel pensare che un mese potrebbe essere troppo? la risposta che mi sono dato, banale che sia, e’ che spesso il viaggio venga vissuto come una sofferenza nel vedere compulsivamente le cose, per poi tornare a casa e raccontare le volte che si e’ quasi morti, le volte che gli scarafaggi hanno camminato sul nostro letto o nefandezze del genere.

e se invece il viaggiare fosse solo il vivere una pezzo vita, corto che sia in un altro posto? e se il viaggiare fosse solo un cambire per un periodo di tempo il nostro stile di vita seguendo quello del posto che ci sta ospitando?

credo che se tutti noi una volta sola riuscissimo a fare questo, si avrebbe la netta sensazione che un mese di vita e viaggio sarebbe davvero pochi. si vivrebbe quel periodo con un senso di claustrofobia totale. ecco allora che un mese starebbe stretto a chiunque, ecco che un mese basterebbe solo ad inumidire le labbra di un sapore che qui avrebbe il calore del curry.

pensando quindi ai giorni passati come al solito mi sono tornate in mente le fotografie delle persone, piu’ che dei monumenti che ho visto. quella con i colori piu’ vivi forse e’ varanasi, ma quella che ogni volta mi fa stringere il cuore e’ senza dubbio calcutta. nulla, considerando quello che ho visto e’ come calcutta. parlavo della grande madre. parlavo dell’india che ti accoglie e ti tiene tra le sue grandi tette anche se aride di latte. beh, forse l’india di calcutta un po’ ti sputa per terra e vede sei sei gia’ capace a camminare con le tue gambe. e’ una madre che ti vuole gia’ svezzato. non c’e’ tempo li’ per tenerti troppo sotto la sua ala protettiva, non c’e’ tempo. e di questo se ne sono accorti le migliaia di persone che la notte vanno a cercarsi un angolo riparato per dormire. ed un angolo riparato e’ anche una mezzeria stradale sotto un cavalcavia. poco importa se a pochi centimentri dalla testa addormentata sfrecciano i tuk tuk impazziti. li non piove, li si sta tranquilli, li si riesce a dormire.

ma a pensare indietro calcutta e’ molto lontana nei giorni. in realta’ non troppo piu’ lontana di delhi che ha il suono sinistro di casa. eppure la strada per deli mi sembra gia’ tutta illuminata con un binario che corre alla velocita’ della luce. spero quindi che il vento soffi piano per regalarmi in questi giorni che mancano gli ultimi odori che riusciro’ ad immagazzinare, conscio che tutto quello che gia’ ho avuto e un dono che solo una grande mamma puo’ dare.





Sabbie e treni

18 08 2008

Mi sono accorto ora quanto passi veloce il tempo. pensavo di aver scritto nei giorni scorsi ed invece no. non vi do mie notizie da quel di Agra, sarete di sicuro in pensiero, vero? immagino proprio di si’, tristi e sconsolati sotto i vostri ombrelloni rilassati a bere un cuba libre in panciolle sdraiati su un lettino a domandarvi, giorno e notte:”ma che fine avra’ fatto?”.

ed eccomi qui a raccontarvi ancora un po’ di questo viaggio.

in realta’ sono tante le cose che dovrei raccontarvi visto che tra la stesura del mio ultimo articolo e questo che sto scrivendo ci sono ben due citta’ di mezzo: Jaipur e Bikaner, in stretto ordine cronologico.

e quando c’e’ molto da raccontare ho difficolta’ a capire da dove iniziare e come mettere in ordine la miriade di immagini ed odori che ho cercato di immagazzinare. questa scrittura infatti mi aiuta spesso a riordinare le idee e a fissare dei ricordi che con il tempo sarebbero stati spazzati via.

iniziamo con jaipur. c’e’ da dire che l’india che sto vivendo ora non e’ l’india che ho vissuto per i primi 15-20 giorni di india. non che sia peggio, non che sia meglio e’ semplicemente diversa. in cosa? non lo so, ho la sensazione, innanzi tutto, che tutto sia piu’ ordinato. mentre facevo questo ragionamento un paio di giorni fa ho rischiato un frontale mentre ero sopra un tuk tuk che cercava di evitare una vacca mollemente sdraiata in mezzo alla strada. quindi in realta’ cosi’ ordinata l’india di qui non e’. sicuramente e’ piu’ turistica. si capisce insomma che l’immane fiume di gente che percorre notte e giorno le strade vive a ridosso del turista. si ha la netta sensazione di essersi tramutati in un euro con le gambe. tutti a chieder di fare da guida, tutti a volerti vendere una pelle di cammello, tutti a darti in regalo un braccialetto per poi tendere una mano seguita dallo squittio di:”fifty rupies, sir!”. insomma, vivono molto piu’ a ridosso del turismo che in altri posti. d’altronde c’era da aspettarselo. chi va in india, spesso va in rajastan, chi va in india spesso calcutta la evita come la lebbra, che peraltro c’e’. e’ un’india questa pero’ di colori accecanti e di odori incredibili.

tuffato nel bazar di jaipur sembra di essere tornati ad un secolo fa. non il bazar solito del turista che compra tessuti e spezie, il bazar degli indiani. quello dove si accalcano centinaia di persone per scegliere la migliore tra le melanzane. quello che devi zigzagare tra gli sputacchi del tabacco da mastico. peraltro un giorno fa l’ho provato. la sensazione e’ quella di metterti in bocca una manciata di terra che sa di menta. loro lo aromatizzano con della menta e non so se questa riesce a renderlo ancora piu’ disgustante. fatto sta che sono stato un paio di ore a sputacchiare per terra con una conseguente acidita’ di stomaco perche’ credo di averne trangugiato una boccata. sono aperte le richieste, se qualcuno ne volesse un po, basta dirlo e se la frontiera me lo fara’ passare, spiegando che la puzza deriva da quello, saro’ ben contento di vedervi vomitare dalla bocca tabacco rossiccio.

un’altra cosa che oramai reputo normale e il convivere con le vacche. sembra strano ma danno un senso di serenita’ vederle ruminare nel mezzo di un incrocio mentre tutti suonano per il traffico che hanno causato. sembrera’ strano a roma non trovarne piu’. chiaramente intendo vacche quadrupedi e ruminanti, di altro genere a roma ce ne sono molte piu’ che qui.

i colori. qui i colori sono molto piu’ accesi di quelli delle altre parti che ho visitato. al grigetto-marrone degli uomini, un pochino tristi a dire il vero, si contrappongono le sfavillanti donne dai colori incredibili. gli accostamente cromatici che in italia ti farebbero scendere dall’autobus qui sono possibili. i rosa e i giallo che si fondono, i viola con gli arancioni, i verdi e i lilla. loro riescono a portare colori incredibnili con un’eleganza ammirevole. il tutto a contatto con la loro pelle tendente al nero regala una policromia davvero ipnotizzante. a volte mi ritrovo a fissare le donne per minuti interio. per fortuna che io devo fare lo stesso effetto a loro, con la mia magliettina sudata e i bermuda ormai di un colore imprecisato.

poi e’ arrivata bikaner. di bikaner ho due immagini nette, forse tre: il bagno, i topi e i cammelli. per la prima volta e’ deserto. un deserto forse non bello come quello africano. e’ un deserto coltivato, c’e’ il miglio e in continuazione pozzi d’acqua per la raccolta della pioggia. un deserto insomma che non ti lascia con gli occhi incollati all’orizzonte ma ti fa pensare quanto siano riusciti ad abitrare un posto che tutto sommato non era proprio adatto a far crescere le loro belle pianticelle. quello che stupisce e’ che ogni volte che ci si fermava per un the, si faceva riposare i cammelli, uscivano dai cespugli bambini di ogni eta’, pronti a chiedere una foto o a guardarti per 5 minuti come se fosse sceso da marte.

i topi. a pochi km da bikaner i meraviglosi indiani hanno deciso che fosse giusto dedicare un tempio ai topi. ora, va bene la vacca sacra, ora va bene il maiale sacro, ma anche il topo. ebbene si’, in questo posto, peraltro davvero strano perche’ perso in mezzo al nulla, centinaia di fedeli sono distesi nel tempio aspettando di vedere un topino bianco perche’ di buon auspicio. per attirare i topi li’ portano catinelle di latte, frutta e qualsivoglia alimento. il risultato e’ un tempio in cui si entra a piedi scalzi e si e’ invasi da topi. ce ne saranno a migliaia che dormono sui passamano, sugli stipidi delle porte, negli angoli delle scale. e quelli che non dormono si tuffano beati nel latte per berlo o lottano tra di loro per qualche motivo davvero oscuro. oltretutto i topi ben certi di essere l’attrazione principale del luogo hanno perso la loro proverbiale timidezza e quindi passeggiano allegramente tra le gambe e sui piedi di chi sta li a scattare foto. ma tranquilli, se un topo ti calpesta, porta bene. e porta bene si perche’ se almeno esci da li’ senza la peste, davvero sei fortunato!

infine il bagno. mi sono tenuto questo come ultima foto di bikaner perche’ e’ stato uno dei momenti piu’ belli del viaggio, sinora. l’ottimo rafik, musulmano conducente di tuk tuk, dice:”super il tempio delle scimmie e vai in fondo a vedere le vasce per le abluzioni”. mai un consiglio fu cosi’ fortunato. questo e’ il mese di lord Shiva e se mi avete seguito sapete gia’ quanto io sia immerso nel fiume arancione dei pellegrini. tradizione vuole che una delle peregrinazioni che questi fanno e’ un percorso di 7 km, rigorosamente a piedi, che fanno sino a queste vasche. arrivati qui gli uomini si allacciano i loro abiti alla vita e si tuffano dall’alto forse per provare la loro virilita’. le donne invece abbassano il sahri e si ammollano dolcemente nell’acqua. seni che si intravedono, bambini che escono dalle sottane, pancie di donne in dolce attesa scompaiono e riaffiorano dall’acqua. lo avevo gia’ notato, ma qui il senso del pudore e’ molto piu’ basso che in altri posti che ho avuto la fortuna di visitare. forse anche piu’ basso di quello occidentale. li’ da noi e’ ostentazione non e’ naturalezza. da noi si mostra perche’ altri possano vedere e desiderare, qui si mostra perche’ e’ quello il corpo senza malizia, senza che sia fatto per provocare una qualsivoglia reazione.  si spogliano, si lavano, si cambiano e poi allargano le braccia tendendo sopra la testa il proprio sahri perche si asciughi mostrando un seno figli di otto bambini, una pancia molle di molte gravidanze o a volte anche la freschezza di una giovane che ancora non ha conosciuto il marito. e’ naturale, e’ semplice ed e’ una cosa quanto mai lontana dal sessuale. lo so, puo’ essere difficile da credere o da capire, ma solo il vederlo e il viverlo puo’ rendere davvero l’idea.

ora sono a jaisalmer. qui mi ha portato un treno che ha regalato il titolo all’articolo di oggi. un treno che non prevedeva le classi occidentalissime con aria condizionata e prezzi elevati (10 euro). un treno da dividere tutti assieme. un treno quindi con i ventilatori rumorosi e le finestre aperte. una notte passata mentre si e’ cullati dal freddo vento del deserto carico di sabbia e dal cicalio assordante di una sessantina di ventilatori a massima potenza. la mattina le brandine sono ocra. l sabbia e’ entrata dentro e la bocca sa di deserto, sapore sempre migliore del nefandamente famoso tabacco da mastico.

jaisalmer e’bella. piccola, ocra e arroccata su un dirupo per difendersi da un nemico ormai lontano dal tempo. una rocca con strette strade in cui c’e’ posto solo per la vacca o per te, e molto spesso il passo e’ ceduto al sacro bovino.

credo che a questo punto mi sia dilungato troppo e jaisalmer mi aspetta. mi aspetta un’india che sta cambiando alla velocita’ di un treno che percorre i binari. un treno che va lento ma regala ogni volta una sopresa.





Il Taj

13 08 2008

Se lo merita proprio un articolo dedicato a lui. spesso quando si ripone in qualcosa un’aspettativa molto grande, al momento della verita’ si rimane sempre un po’ delusi. per il Taj cosi’ non e’.

solo dai tetti dei palazzi piu’ alti di Aga si riescono a vedere le guglie bianche del Taj, altrimenti agra tenta di nasconderlo dentro giardini, dentro le mura rosse che lo racchiudono. sembra essersene andato da Agra, infastidito forse dallo smog e dai clacson e dal fango che sono ovunque in citta’. ma il Taj e’ li’, fermo, immobile, ghiacciato nel tempo come ricordo immemore di un amore terminato con un lutto. “Una lacrima di marmo sul volto dell’eternita’” lo hanno definito. nulla ho trovato che potesse avvicinarsi di piu’ al Taj. per chi sotto l’ombrellone non avesse voglia di andare su google e capire cosa sia il Taj ve lo spiego in mezza riga: il Taj e’ il monumento funebre che un Moghul ha dedicato alla favorita delle sue mogli morta durante il parto del loro quattordicesimo figlio.

per arrivare al Taj Mahal si percorre un giardino, senza macchine, senza clacson, senza smog, nulla che scoppietti e inquini puo’ avvicinarsi oltre 500m al Taj. superato il giardino pieno di funghi che ti chiamano dicendo”do you want guide sir? where are you from sir? You look indian sir!”, si sbatte contro le mura rosse che racchiudono il gioiello. superate le mura e’ lao stupore a prendere il sopravvento. un viale bianco fatto di cielo, la luce si riflette nello specchio d’acqua, porta dritto in viso al Taj. non e’ un approccio laterale. il Taj ti sbatte in faccia come un tir contromano. e’ bianco, e luce, e’ armonico, e’ triste. no lo so, forse sono partito con il preconcetto di cosa fosse il Taj, ma no mi ha datola sensazione di serenita’ ma di vita vissuta di una moschea. mi ha dato l’idea di qualcosa che dovesse rimenere li’ per l’eternita’ e chiunque decidesse di avvicinarsi a lui saerbbe solo per un momento senza nemmeno increspare di un’onda l’acqua ferma che lo circonda e in cui lui si specchia. se a questo si aggiunge poi la triste storia del sovrano incanutito in una notte per il dispiacere del trapasso della sua amata tutto diventa ancora piu’ fermo. il sovrano poco tempo dopo verra’ deposto dal figlio che lo rinchiudera’ nel prospicente Agra Fort che sara’, fino alla fine dei suoi giorni, il so carcere dorato. il sovrano cosi’ sara’ costretto da allora a guardare da lontano la sua opera senza mai avvicinarsi alla sua amata, un secondo distacco, una seconda morte. solo la terza morte quella dello stesso Shah Jahan lo avvicneranno nella sepoltura alla sua amata Mumtaz.

insomma, triste storia e’ vero, ma vi assicuro che il Taj non trasmette altro che questo. tralascio il resto di Agra, oramai gia’ alle mie spalle. ora sono a jaipur, citta’ del Marajah, lui ben vivo e vegeto rinchiuso nel city palace dove dall’alto vede il traffico caotico e i turisti che respingono le guide che offrono i loro servizi.

il viaggio per arrvare qui e’ stato breve, treno e scarafaggi, ma d’altronde, non sono mica in svizzera no? peraltro, una gentile famigliola accanto di scompartimento mi hanno riempito come un tordo di strani semi dolciastri. come finivo a fatica il barattoletto regalatomi, questo si riempiva nuovamente senza potermi opporre. solo il dolce sonno della famigliola mi ha salvato da una costipazione certa.

ok, vado, ha smesso di piovere e jaipur mi aspetta. rimanete voi a pensare se e’ meglio un gioiello in vita o una lacrima triste che rimarra’ per sempre sul volto dell’umanita’. spogliato dall’egoismo e dal materialismo momentaneo io non avrei dubbi.